I 7 motivi per cui in Italia nessuno è Charlie Hebdo

Nessuno è Charlie Hebdo

Nessuno è Charlie Hebdo

Ci mancava solo questa. Mentre l’Europa sta ancora vivendo l’ondata emotiva suscitata dall’uccisione dei giornalisti del Charlie Hebdo, il Corriere ha stampato in tutta fretta una raccolta di immagini di vignettisti italiani, intitolata “#jesuisCharlie“. Un tributo? No, un furto: infatti non solo non si prevede un pagamento per il lavoro, ma manco è stata chiesta l’autorizzazione all’utilizzo delle immagini. 

E’ da giorni ormai che covo una gran rabbia per tutte le ipocrite dichiarazioni di solidarietà per difendere il diritto alla libera stampa, mischiate come sempre ad attacchi ai giornalisti italiani, che non sarebbero abbastanza coraggiosi rispetto alla satira francese “alla Charlie”. Ci provo a farmi passare la rabbia leggendo frasi del Dalai Lama e messaggi di pace, ma questo è troppo! E allora voglio mettere nero su bianco perché in Italia non può esistere Charlie Hebdo, nè una libera stampa.

1. In Italia i giornalisti giovani indipendenti, free lance (ovvero quelli che generalmente sono più propensi a creare idee nuove e anche articoli incisivi), guadagnano per lo più dai 3 ai 10 Euro lordi ad articolo di 4000 caratteri, con alcune eccezioni che si aggirano sui 25-50 Euro. Facendo due conti, e supponendo che un giornalista voglia scrivere un articolo di qualità semplicemente media, ovvero controllando le fonti, con un paio di telefonate e scrittura accurata, impiegherà almeno 2-4 ore; avrà quindi generalmente una paga oraria di 1-3 Euro l’ora, e qualche piazzamento qua e là a 7-15 Euro l’ora lordi. Insomma, chi ha voglia di informare non può vivere di questo, e il giornalismo diventa un’opera di volontariato.

2. In Italia qualunque cosa tu scriva, giusta o sbagliata, vera o falsa, è passibile di querela. Chiunque infatti può sporgere querela, anche senza fondamenta. Difendersi da una querela proveniente da un’azienda o un personaggio importante non è banale: implica anni di tribunale, soldi pagamenti a un avvocato (e ricordiamoci degli stipendi di cui sopra), e pure perdita di credibilità. Certo, se un articolo riporta una notizia falsa o che lesiona l’immagine di qualcuno è assolutamente corretto che ci sia la possibilità di difendere i diritti dell’interessato; ma purtroppo non c’è modo per difendersi da una querela palesemente falsa, e così la minaccia di querela diventa un sistema di intimidazione verso i giornalisti.

3. Come se ciò non bastasse, in Italia è in elaborazione una nuova proposta di legge che introduce sanzioni fino a 50.000 Euro per i giornalisti. L’ultimo colpo di spugna contro la libertà di stampa. Qua è l’appello contro questa assurdità. Invito chi vuol difendere la libertà di stampa a firmarla.

4. In Italia se hai un pezzo importante che può dare fastidio a qualcuno hai difficoltà a trovare un editore disposto a pubblicarlo. Dopo l’epoca Berlusconi, pare che ci siamo dimenticati che le grandi testate appartengono a qualcunoil Time ne aveva scritto qualche anno fa, denunciando l’inaffidabilità di questo sistema. Beh, appartengono ancora a qualcuno. il Messaggero appartiene a Caltagirone (tra l’altro, per esempio, proprio dal Messaggero era partita la campagna contro il sindaco Marino sull’acqua di Roma), la Repubblica fa capo a De Benedetti, Panorama è della Mondadori, ovvero Berlusconi, e così via. Ecco, vi ricordo che è ancora così; la satira in Italia è stata messa a tacere.

5. In Italia si pensa che le informazioni debbano essere sempre gratuite, per diritto acquisito: non si comprano i giornali, non si comprano manco le versioni online dei giornali. Pochi giorni fa ero con un gruppo di australiani, avevano letto un articolo che reputavano interessante e avevano fatto una donazione al blogger che lo aveva pubblicato; il corrispondente di 0,50 centesimi-1 Euro a testa, un caffè pagato che sommato ad altri caffè davano la possibilità al blogger di scrivere notizie interessanti; mi è sembrata una maniera molto civile di valutare un articolo e la sua utilità. In Italia se un blogger indipendente prova a farsi pagare per il servizio che offre, pare che stia chiedendo l’elemosina. 

6. In Italia si pensa che i giornalisti siano una casta, solo perché esistono ancora una manciata di giornalisti strapagati, sempre gli stessi, che commentano le stesse questioni, e dando una importanza esasperante alle ultime dichiarazioni del politico sulla cresta dell’onda del momento. In Italia, e solo in Italia, alcuni partiti politici accusano i giornalisti di essere causa del declino italiano. Secondo loro la responsabilità non è di chi prende delle decisioni ma di chi racconta le decisioni. E molta gente schifa la presunta casta dei giornalisti. Ricordo che quando ero piccola la professione di giornalista era rispettata; e lo è ancora in tutto il mondo libero. Tranne in Italia.

7. In Italia se un giornalista scrive qualcosa veramente fuori dal coro, come per esempio un’analisi su una questione importante, non se lo fila nessuno. Un esempio? Le questioni energetiche: è uno dei motori di ogni economia, e perciò all’estero occupa spesso le prime pagine dei giornali. In Italia interessa di più l’energia dell’ultimo gol della Roma. Al limite l’interesse del pubblico può arrivare fino al prezzo della benzina, oppure si torna alla solita prima pagina: qua vanno di moda da decenni le cosiddette «analisi politiche», ovvero chiacchiere da bar che, mixate con spunti intellettuali, vengono elevate a livello di informazioni essenziali da prima pagina. E le persone leggono questo. Voi, voi lettori volete questo! Anche online queste “analisi” sono le più richieste, le più cliccate! Gli articoli meno letti sono gli approfondimenti!

E poi pare che gli italiani siano tutti per la libertà di stampa, per Charlie Hebdo… Ma Charlie Hebdo non potrebbe esistere in Italia! E la cosa veramente triste è che non interessa a nessuno…

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